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Intervista di Paola Fontana

    Basta pronunciare il suo nome per far scattare l’associazione con “il fotografo delle Polaroid”.

    Universalmente conosciuto come “Istant Artist”, Maurizio Galimberti ha in effetti scelto la Polaroid come mezzo privilegiato di personale espressione, attraverso un percorso che lo ha portato dalla singola immagine al Mosaico Fotografico e, tuttavia, in questa definizione ci sta un po’ stretto.

    Poliedrico, sperimentatore, aperto sul mondo a 360°, ci conduce per mano lungo un ragionamento che ha un epilogo che può sembrare un paradosso: non c’è nulla di nuovo da inventare. In un’epoca in cui prevale la ricerca spasmodica di realizzare qualcosa di nuovo, il segreto sta nella capacità di “leggere” quello che è già stato fatto, ma con i propri strumenti e la propria contemporaneità. Ovvero nella capacità di ri-inventare. In questo senso, conoscenza e cultura sono indissolubilmente legate a ogni processo creativo. Il salto da fotografo ad “artista” avviene infatti sempre e solo attraverso la contaminazione con il mondo dell’arte, con la conoscenza della storia dell’arte, delle avanguardie, a cui fare riferimento, ma con un proprio progetto. Ecco allora che dietro il “fotografo” Galimberti si cela un uomo dalla vasta cultura, sempre pronto a far propri influssi e suggestioni che provengono dal mondo dell’arte ma anche da quello cinematografico, letterario, visivo, dai futuristi a Wim Wenders. E per far capire meglio il suo punto di vista, Galimberti cita Calvino: “la fantasia è come una marmellata che va spalmata su un pane solido per evitare il molle del banale”. Il pane solido è il background, la cultura, la progettualità che nasce dalla conoscenza. Chi non conosce nulla non va da nessuna parte.

     

    Intervista

     

    Sono state date di lei molte definizioni: Istant Artist, fondatore della Polaroid Pro Art e maestro del Mosaico fotografico. Vogliamo chiarire un po’?

    Le definizioni sono un qualcosa che altri ti appiccicano addosso. Quella di “Istant artist”, ad esempio, nasce all’interno dell’azienda Polaroid negli anni ’90, e da allora sono sempre rimasto tale. Quanto al mosaico fotografico, non l’ho certo inventato io, ha le sue radici nel movimento della Bauhaus. La mia “invenzione” al limite è stata quella del mosaico-ritratto, una tecnica che, grazie all’utilizzo di una scatola che si chiama “collector” opportunamente aggiunta alla Polaroid, permette di ottenere immagini a grandezza naturale di ciò che si fotografa. Mi appoggio sul volto della persona e scatto varie immagini e poi ricompongo il mosaico.

    Il mosaico-ritratto è quello che mi ha cambiato di più la vita e mi ha permesso di entrare nel mondo dell’arte e di essere apprezzato dai collezionisti. I mosaici infatti sono molto ambiti perché sono pezzi unici e non riproducibili, esattamente come un quadro.

     

    Dunque si ritiene un artista più che un fotografo?

    Io non mi considero più un fotografo, nel senso di colui che documenta e riproduce la realtà così come gli passa sotto gli occhi. Mi piace definirmi un “pittore” che utilizza la fotografia per esprimersi, per raccontare delle emozioni.

     

    Come sono i suoi esordi, da dove nasce la passione per la Polaroid e l’intuizione delle sue possibilità espressive?

    La fotografia nasce come passione e diventa un lavoro nel ’91. L’uso della Polaroid deriva da un bisogno quasi fisico di vedere subito il risultato, senza dover aspettare i tempi della camera oscura. Un bisogno un po’ infantile, se si vuole, che era lo stesso della figlia di Edwin H. Land (l’inventore della Polaroid) che, nel 1937, diceva: “papà, papà, perché quando facciamo le fotografie dobbiamo aspettare a vederle?” E dopo 10 anni nasceva la prima macchina a sviluppo istantaneo.

    Ho iniziato con una Widelux, una macchina panoramica che permetteva di realizzare delle immagini molto vicine ai lavori dei futuristi, saltando di pari passo le reflex tradizionali. Ho capito subito che non mi interessava riprodurre la realtà davanti ai miei occhi su un negativo quanto piuttosto utilizzare un mezzo che facesse già da filtro. Un mezzo che di per sé re-interpretasse il reale. Poi mi sono accorto che era proprio la Polaroid a consentire di “giocare” al meglio con le avanguardie storiche che da sempre mi appassionano, il gruppo del Bauhaus, i futuristi, il dadaista Marcel Duchamp.

     

    Polaroid è sinonimo di libertà creativa? Quale la differenza con una normale macchina fotografica?

    Alla base di ogni foto c’è sempre uno stato d’animo, una situazione mentale o spirituale che determina un tipo di lavoro piuttosto che un altro. In questo senso il mezzo non determina la libertà creativa. Poi ognuno si sceglie il mezzo che ritiene più congeniale. La Polaroid ha densità, sangue e materia, permette di fare scatti con colori straordinari.

     

    Ma ha anche qualche limite?

    Mica tanti. Se vuoi avere un grandangolo fai un passo indietro, se vuoi avere un tele fai un passo in avanti e se non puoi fare né un passo avanti né uno indietro vuol dire che quella foto non era destinata a nascere. Il quotidiano offre ai nostri occhi miliardi di foto, se qualcuna per un fatto tecnico non si può fare, pazienza.

     

    Nel suo lavoro la presenza della manipolazione è sempre in primo piano, come si manipola una Polaroid?

    Solo manualmente, mai con il computer. Da quando si scatta a quando l’immagine si solidifica passano circa due minuti e in quel breve lasso di tempo, facendo pressione con dei bastoncini di legno o con delle punte, si possono ottenere risultati incredibili. La Polaroid è fatta da 23 micro-strati che sviluppano 5mila reazioni chimiche: agendo su questi strati si può alterare la chimica in modi diversi.

     

    Quali sono i suoi maestri? Di chi ha più subito gli influssi?

    Nasco come autodidatta e mi sono ispirato, soprattutto a livello spirituale, ai grandi della fotografia come Franco Fontana, Mario Giacomelli, Gianni Berengo Gardin, e Robert Frank per la teoretica dell’immagine. Chi mi ha molto influenzato da un punto di vista delle immagini è stato anche Wim Wenders. Nell’ambito della fotografia istantanea non ho un vero e proprio “maestro” ma tante suggestioni. In Italia, Nino Migliore ha usato la Polaroid prima di me, anche se per lui questa tecnica ha rappresentato solo una fase della sua produzione. Polaroid eccezionali sono quelle del canadese Evergon che però, da tempo, è sparito dalla circolazione e mi piacciono molto anche quelle di Lucas Samaras. Apprezzo anche il lavoro di Paolo Gioli, anche se molto distante dal mio. Insomma, alla fine, tra tante suggestioni ho intrapreso un percorso individuale e credo che si possa dire che le mie immagini abbiano una loro personalità ben definita.

     

    E maestri nell’arte del mosaico?

    Il mosaico, come detto, nasce, nel senso moderno del termine, con la Bauhaus e, prima di me, si è cimentato David Hockey, un grande artista inglese forse poco conosciuto in Italia.

     

    Quali sono i momenti “topici” della sua evoluzione artistica?

    Dalla Polaroid “singola” al Mosaico Fotografico è intercorso un lasso di tempo di 6/8 anni. All’inizio realizzavo piccole composizioni di 2 o 3 foto ispirandomi ai lavori degli artisti del Bauhaus. Poi, sul finire degli anni ’80 sono nati i ritratti.  I primi erano più che altro delle strisce incomprensibili, e ci è voluto del tempo per trovare un format che desse lo stesso peso all’immagine ma anche alla forma. Adesso scatto in sequenza dall’alto in basso e da sinistra a destra e metto poi insieme tutte le tessere, molto velocemente, nello stesso ordine. Ho adattato questa tecnica per i ritratti eseguiti nel mondo dell’arte, della moda, della cultura, e dello spettacolo e l’ho portata, ad esempio, al Festival del cinema di Venezia. Catherine Zeta Jones e George Clooney sono alcuni tra i personaggi famosi che ho “scomposto”. I Mosaici Fotografici  – ne ho fatti moltissimi – sono un po’ il mio fiore all’occhiello, e mi sa che sarò ricordato per quelli.

     

    Partendo dal ritratto, Galimberti si è poi più volte rimesso in gioco, affrontando nuovi temi che privilegiano le architetture piuttosto che le persone ma mantenendo intatte le caratteristiche stilistiche che lo hanno reso famoso. Così è, ad esempio, in “Metacittafisica”, una collezione di vedute di edifici e architetture particolarmente simboliche di diverse città europee “scomposte” con la tecnica del mosaico.

     

    E’ possibile “catalogare” i suoi lavori in ordine cronologico o tematico?

    La mia produzione fotografica nasce da un mix tra commissioni (da parte dei collezionisti) e lavori autonomi. Il tutto segue, come ovvio, un ordine cronologico. Una catalogazione attraverso un filo logico è invece più difficile. Difficile dire se c’è stato un periodo in cui sono stato più “pulito” o più “sporco”, più poeta o dadaista, perché io sono un irrazionale e respiro l’atmosfera del momento. Non tutti i giorni si è allo stesso modo.

     

    C’è qualcuna delle sue opere che le sta particolarmente a cuore?

    Le foto a Lalla Romano, una grandissima scrittrice che mi ha fatto capire la spiritualità dell’uomo, il ritratto dello scultore Cesar, il Mosaico della Vucciria (il mercato di Palermo) e “Viaggio in Italia”, che ripropone un reportage attraverso il nostro paese.

     

    Molti dicono che il digitale è la nuova Polaroid… sta sperimentando strade diverse con le nuove tecnologie?

    Per l’amor del cielo! Io non amo il digitale perchè è piatto e uniforme. I fotografi, quelli che hanno qualche ambizione artistica devono fare un passo indietro dal digitale, perché il digitale non è un mezzo, ti prende la mano e ti conduce dove vuole. E’ molto più difficile togliere che aggiungere: con il digitale si è sempre portati ad aggiungere mentre con la Polaroid bisogna essere più essenziali, più puliti. E poi c’è la noia mortale di stare davanti a un PC alla ricerca della rielaborazione perfetta. Agli autori contemporanei manca la voglia di confrontarsi con quello che è già stato fatto perché hanno tutti l’ossessione di fare qualcosa di nuovo. La cosa veramente nuova che si può fare è buttare via il PC e partire da zero.

    L’atteggiamento di chi oggi fotografa in digitale è quello di chi fa una domanda ma si da anche una risposta, e questo è sbagliato perché la foto deve lasciare la porta socchiusa all’immaginazione di chi ne usufruisce. Per di più, la risposta non è una ma sono cento, mille, perché tante sono le possibilità di elaborazione. L’imperfetto, invece, è tutta un’altra cosa… Quel qualcosa che ti porta dentro l’immagine e ti fa sognare.

     

    Paola Fontana